
Mentre il Cosenza muore manca il coraggio di costruire.
Il Cosenza di Guarascio rappresenta solo sé stesso, è destinato alla dissoluzione, è solo questione di tempo. Lo smantellamento è in atto, si abbattono i costi di gestione attraverso un ridimensionamento del monte ingaggi e massimizzazione dei ricavi tramite le cessioni degli ex serie B. L’obiettivo prioritario non è il raggiungimento dell’obiettivo sportivo, bensì la sostenibilità finanziaria minima per garantire la permanenza nella categoria, condizione indispensabile per continuare a generare plusvalenze. Mettere 11 mutande in campo per trasformare la gestione del club in un’utile leva finanziaria e fiscale a totale beneficio della Holding.
Se qualche risultato arriverà, dipenderà esclusivamente dalla capacità del DS, dell’allenatore e giocatori di gestire le nozze con i fichi secchi. È stato sempre così, lo lamentavano già Stefano Fiore, Aristide Leonetti e Gianluca Gagliardi agli albori dell’era Guarascio. Io lo so benissimo perché ero dalla loro parte. Anche la promozione in B è stato il frutto del lavoro di Stefano Trinchera e Piero Braglia che ha preso una squadra penultima e l’ha portata ai play off, poi vinti partendo dal quinto posto, un miracolo che non si ripeterà mai più. In B, inutile ricordarlo, sono stati campionati da profughi, con salvezze elemosinate.
Finché la macchina garantirà quanto sopra ci sarà il Cosenza di Guarascio, complice una rete di tutele, benevoli omissioni e appoggi logistici che rende questo modello d’affari fin troppo comodo per essere abbandonato.
Quindi è del tutto evidente che, a parte qualche situazione di comodo, di interesse personale, di clientele e amore cieco, chi non tollera questo status quo deve continuare la protesta, civile, ma ferma e soprattutto finalizzata. Le contestazioni hanno lo scopo di produrre un cambiamento, se il cambiamento non arriva vuole dire che non sono state incisive. Le denunce velleitarie servono solo a soddisfare l’ego smisurato di qualcuno che non ha nemmeno il coraggio di metterci la faccia, agendo protetto dall’anonimato.
Peggio ancora la rassegnazione, il darsi per vinti quando non si è nemmeno tentato di proporre un’alternativa. A Cosenza non mancano le persone capaci di dire cosa non va. Il problema è che mancano persone disposte a sporcarsi le mani per provare a cambiare ciò che non va.
Tutti sanno esattamente cosa avrebbero dovuto fare e non fare tutti gli altri, ma quando arriva il momento di rimboccarsi le maniche, improvvisamente diventano tutti spettatori, nessuno è responsabile di niente. Il Sindaco ha sbagliato, il Consiglio Comunale ha sbagliato, chi voleva la seconda squadra ha sbagliato etc. E tu, che ti ergi su un piedistallo a giudicare l’operato degli altri che diavolo hai fatto?
Hai continuato a rincorrere Guarascio e la Scalise, senza assumerti responsabilità, senza esporti, senza metterci la faccia, senza rischiare di essere smentito, conservando però il ruolo di giudice. Un meccanismo che mescola esternalizzazione della responsabilità, evitamento dell’azione e quello che in psicologia viene definito vantaggio secondario.
La critica, in questo circuito, non serve più a modificare la realtà, ma diventa solo una modalità per mantenere la propria posizione. Crogiolarsi nell’effetto Dunning-Kruger. il perfetto ignorante che crede di sapere tutto proprio perché non conosce il tutto, quello che biasima la creazione della seconda squadra (l’ideal tipo dell’amante della categoria) per poi sussurrare “abbiamo un anno per programmare un secondo Cosenza”, ma come di prassi non è capace di proporre una personale soluzione alternativa se non contraddicendosi una seconda volta, quando si arrende al fatto che Guarascio non venderà mai, ma poi sostiene di far di tutto per togliergli il Cosenza. Un genio. Rimane da capire come farà, visto che sono passati 15 anni e Guarascio è ancora qua.
La seconda squadra non è piaciuta mai a nessuno ed anche quando tutti hanno capito che era l’unica strada per rendersi autonomi da Guarascio ha rappresentato un ripiego. Tutti sanno che l’idea è stata lanciata un anno e mezzo fa nella mia trasmissione, insieme all’amico Luciano Valentino. C’era una visione, comunque un’alternativa, (adesso invece ci sarà un altro anno di passione, quello che si doveva scongiurare a tutti i costi) facilmente criticabile da chi non sa fare altro, e su questa visione si è andati avanti ricevendo le adesioni di presidenti di altre società e addetti ai lavori, trovando anche la sede per la riunione pubblica.
La prudenza ci ha guidati. La possibilità di ripartire dal basso non è mai stata considerata una scorciatoia o una soluzione da perseguire a ogni costo: proprio per questo, si è sottolineata la necessità di andare avanti soltanto in presenza di condizioni concrete, di soggetti realmente disponibili e di un progetto sufficientemente solido e chi ha parlato con me in quei giorni sa. La riunione è saltata perché non c’erano adeguate garanzie. Gli imprenditori di Cosenza e dintorni non hanno voluto investire dal basso, dimostrando, al pari di altri, di non avere una visione, ma evidentemente altri interessi da perseguire.
Ritengo, a tutt’oggi che si è persa una grande occasione di libertà, ma questa città, escluso alcune anime della tifoseria, è morta, capace solo di rinnegare l’operato altrui. In attesa di un progetto alternativo alla Guarascese e alla seconda squadra, resto anima irrequieta e giornalista per dispetto!
immagine creata con AI
























