In Sila lezione di rispetto

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Nel ricordo di Padre Fedele, le tifoserie dimostrano che l’onore conta più dei colori.

Le vicissitudini di quello che era il nostro Cosenza ci allontanano dal Calcio, quello con la C maiuscola, ma il Calcio, quello vero, non è bilanci, finanza, interessi di parte, è aggregazione, solidarietà, socialità, memoria e rispetto reciproco.

Il rispetto non si compra, si guadagna con la coerenza, la presenza e la considerazione dell’altro. Persino tra rivali storici ci si può guardare negli occhi e trovare un terreno comune nel rispetto, mai quando viene meno il riconoscimento formale del valore del tifoso, allora il legame si spezza e non è più possibile recuperarlo.

Allora il Raduno nazionale delle tifoserie ultras in Sila, per il 1° Memorial Padre Fedele, dimostra come il codice d’onore e il rispetto, soprattutto nel ricordo di una figura iconica come Padre Fedele riescano a far crollare tutti i muri anche quelli del tifo più ostile.

In Sila si sono ritrovate tifoserie gemellate, ma anche nemiche: Alessandria, Amantea, Avellino, Bergamo, Brema, Carrara, Casarano, Crotone, Foggia, Genoa, Lamezia, Matera, Messina, Praia, Salerno, Savoia, Silana, Trebisacce, per dimostrare che l’aggregazione ultras sa andare oltre il provincialismo, lo stereotipo da “cronaca nera” con cui spesso viene liquidato il mondo ultras.

Ho avuto modo di ascoltare tutti gli interventi, accomunati nel ricordo di Padre Fedele, dai quali emerge un manifesto sociologico spontaneo di complessità di una sottocultura urbana. Il calcio è antagonismo, il più delle volte simbolico, ma assume rilevanza solo se c’è rispetto reciproco. Uno dei tifosi non nega la rivalità, anzi, dice chiaramente che la “ricerca dell’adrenalina” e lo scontro ideale sono parte del gioco. Tuttavia, riconosce nel rivale cosentino un suo pari. Viene citato l’episodio storico delle 5.000 bandierine a scacchi portate da Padre Fedele a Pescara nel 1991: nel riconoscimento di quello sforzo organizzativo, il rivale non diventa un nemico da distruggere, ma un portatore di una storia e di una dignità che meritano di essere onorate.

Tifosi arrivati anche a fare una profonda autocritica: “abbiamo commesso, ho commesso degli errori, ho pensato che il mondo fosse il mio, di poter fare ogni cosa che volevo senza pensare alle conseguenze”. Implicitamente ammette che certi comportamenti del passato (la violenza cieca, l’arbitrarietà) hanno finito per giustificare la repressione dello Stato, privando le nuove generazioni della “bellezza dell’essere ultras”. C’è il riconoscimento che l’estremismo fine a sé stesso distrugge il movimento dall’interno.

Le figure di Padre Fedele e di Piero Romeo – pilastri dell’associazionismo e della solidarietà cosentina – vengono evocate come catalizzatori di valori positivi. Il tifoso della salernitana sottolinea che queste figure hanno insegnato all’intera Italia ultras cosa sia “l’anima nobile” di questo mondo: l’aggregazione, l’aiuto agli ultimi, la solidarietà profonda. Il raduno diventa così uno spazio “sacro” di tregua, dove le armi si posano per celebrare una memoria comune.

Ritengo di rilievo la metafora sulla bellezza. Il relatore preferisce vivere in una casa umile ma affacciarsi e vedere il bello, piuttosto che vivere in un castello circondato dal degrado. Tradotto dal linguaggio ultras: l’ideale della curva, seppur vissuto in contesti difficili o popolari, è una forma di riscatto sociale e di bellezza umana che si contrappone al vuoto e al cinismo del calcio e della società moderna.

Inutile ribadire che la violenza fa più notizia, vende copie, crea il mostro sbattuto in prima pagina, rispetto alla solidarietà, tantomeno il frantumare determinati canoni sociali come l’atto “dirompente” e rivoluzionario di vedere alcune tifoserie, storicamente nemiche che, in un settore diviso, sventolano le proprie bandiere l’una di fianco all’altra nel nome del rispetto.

Allora, oggi si è rinnovato qualcosa di storico, di rivoluzionario nell’immaginario collettivo, si è dimostrato ancora una volta che l’universo ultras non è una massa informe di violenti, ma una comunità con un proprio codice etico, una memoria storica e una forte capacità di riflessione intellettuale, quelle che Pietro Garritano, ama definire “teste pensanti”. Quando c’è un valore superiore — come il ricordo di chi ha fatto del bene — la rivalità non scompare, ma si eleva a puro rispetto.

 

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Nato a S. Marco Argentano (Cs) il 27 settembre 1962, sociologo di professione e giornalista per passione. Laureato in Scienze Economiche e Sociali all’Università della Calabria con una tesi sui “Significati del Calcio, sport, società e tifosi, con particolare riferimento alla vicenda cosentina”. Ho iniziato la carriera giornalistica nel 1994 presso l’emittente TEN e poi a Cam Tele3. Lasciata l’attività per motivi legati alla professione di sociologo, pur continuando a seguire le vicende del Cosenza come per quasi tutta la mia vita, sono ritornato al giornalismo nel 2010 iniziando la collaborazione con il quotidiano Cosenza Sport ed in seguito con il Gazzellino della Calabria. Dal 2012 al 2016 cronista tecnico delle partite del Cosenza calcio per conto di Jonica Radio/Tv Sud e Lupindiretta. Nel 2013 ho collaborato anche con l’emittente televisiva RTI, con la testata on line News di Calabria e Magico Cosenza. Dal 2016 conduttore di Lupus in Forum su Mediaterronia Tv, emittente comunitaria della quale da gennaio 2017 ne sono diventato Direttore responsabile. Dal 2012 collaboro con il Corriere Sportivo di Calabria, dal 2019 come caporedattore.

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