
IL SILENZIO CHE FA PIU’ RUMORE DI MILLE CORI
Uno stadio vuoto fa rumore. Al San Vito–Gigi Marulla in occasione del derby Cosenza-Crotone è stato un silenzio assordante, più potente di qualsiasi coro. Tribune spoglie, seggiolini muti, una cornice sicuramente non bella se si pensa alla storia ed alla passione che Cosenza ha sempre garantito al suo calcio. Ma non è disamore, non è apatia. È protesta. Una protesta lucida, civile, inevitabile, che ha un bersaglio ben preciso: la Società. Il Marulla vuoto non è uno scandalo in sé. Lo scandalo è aver portato Cosenza e la sua splendida tifoseria a questo punto. Uno stadio deserto non nasce per caso, non è figlio del maltempo, del mare, della montagna o del calendario: nasce quando una dirigenza perde credibilità, quando il legame con la propria gente si logora fino a spezzarsi, e chi governa il club finge di non accorgersene. Per molti anni il pubblico rossoblù ha stretto i denti, sostenendo la squadra nei momenti più difficili, ed ha riempito lo stadio anche senza risultati di alta classifica, accettando salvezze tirate, ridimensionamenti mascherati, promesse evaporate e ambizioni sempre rimandate. Sempre presenti, sempre fedeli, spesso costretti a difendere l’indifendibile. Adesso basta, la misura è davvero colma, come ha recitato il comunicato del Centro Coordinamento Club Cosenza. La partita vista ieri al Marulla (in diretta tv Sky e Rai) è la conseguenza di una gestione che appare orientata più alla sopravvivenza che all’ambizione. Nel calcio moderno servono progetti, visione e soprattutto rispetto verso i tifosi. A Cosenza, invece, si naviga a vista, senza chiarezza sugli obiettivi e senza assumersi responsabilità.
Gli organi di stampa stanno ancora aspettando ormai da tempo una conferenza da parte dei vertici societari in modo tale da mettere in chiaro la situazione insostenibile che si è venuta a creare. Il pubblico non è un cliente, è l’anima del club. Quando manca il rispetto, prima mugugna, poi si allontana. Il Marulla vuoto non è un caso: è una sentenza. Ed è anche il segnale più grave che una piazza possa mandare, perché la rabbia si contesta, l’indifferenza uccide. Dare la colpa ai tifosi sarebbe l’errore finale, l’alibi peggiore. Cosenza ha dimostrato mille volte di saper riempire quello stadio. Oggi lo lascia vuoto per farsi ascoltare, per non essere più complice di una mediocrità cronica spacciata per normalità. Cosenza non deve ringraziare nessuno per il semplice fatto di esistere. Cosenza pretende: chiarezza, ambizione, dignità sportiva. La palla ora passa, come sempre, alla società e, perché no, anche alle istituzioni che fino ad oggi hanno fatto solo false promesse nei confronti della passionale tifoseria cosentina, che oggi soffre più che mai. Continuare a ignorare questo silenzio significa accettare il deserto come normalità e certificare un fallimento non solo sportivo, ma morale. Perché una cosa è perdere sul campo, un’altra è perdere la propria gente. E senza Cosenza e la sua Provincia, il Cosenza Calcio non è niente.























