
Il Direttore artistico racconta le sfide professionali, le opportunità del territorio e le riflessioni sul calcio cosentino
Nella consueta rubrica di interviste del Corriere Sportivo di Calabria, questa settimana abbiamo dialogato con Alfredo De Luca, direttore artistico e promoter, nato a Cosenza il 4 maggio 1993. Diplomato in ragioneria nel 2012 e in danza sportiva e caraibica CSEN nel 2017, inizia il suo percorso professionale nel 2009 come coreografo, direttore artistico e organizzatore di eventi. Nel corso degli anni ha collaborato alla realizzazione di numerosi eventi con artisti del calibro di Geolier, Irama, Rkomi, Arisa, Irene Grandi e Joe Bastianich. Attualmente vanta importanti esperienze come direttore artistico del Teatro dei Ruderi di Cirella, a Diamante, e del Rende Teatro Festival. Una passione trasformata in professione, coltivata attraverso l’esperienza, lo studio e una costante crescita personale e professionale.
- Dietro ogni grande evento c’è una visione. Qual è stata la sfida più difficile della sua carriera da Direttore Artistico e quale progetto sente di rappresentare meglio la sua idea di spettacolo?
Diciamo che la scommessa più grande è stata proprio quella di investire in questo settore. È un ambito difficile da affrontare nella nostra regione, in quanto la Calabria non dispone dello stesso bacino d’utenza di Regioni come la Lombardia, il Lazio, il Veneto o l’Emilia-Romagna. Proporre un’offerta di pari livello significa sostenere costi importanti, perché gli artisti hanno sostanzialmente gli stessi costi sia a Roma sia in Calabria, a fronte di un pubblico potenziale nettamente inferiore. Più che una scommessa, quindi, è un gesto patriottico nei confronti della nostra regione. Naturalmente, ci sono anche tante soddisfazioni, ma portare a termine un grande progetto è sempre difficile. La Calabria, però, ha molto da offrire e organizzare eventi di questo tipo rappresenta anche un modo per far conoscere al meglio il nostro territorio.
- La Calabria è una terra ricca di talento, ma spesso costretta a confrontarsi con molte difficoltà. Secondo lei, cultura, eventi e sport possono diventare strumenti concreti di crescita e riscatto per il territorio?
Sicuramente sì. Attraverso questi eventi, il turismo può aumentare in maniera significativa, arrivando anche a triplicarsi in determinate occasioni. Quando uno spettacolo richiama 10.000, 15.000 o 20.000 persone in un territorio, che si tratti di un paese o di una città della nostra regione, i benefici ricadono su tutte le attività commerciali. Non parlo soltanto di ristoranti, alberghi e bar, ma anche di tutte le altre attività ricettive presenti nei dintorni. Faccio un esempio: quest’estate, in occasione del concerto di Geolier all’Arena dei Cedri, i bar, i ristoranti e le attività della zona erano già pieni fin dalla mattina. Ciò è la dimostrazione di come un grande evento possa favorire il turismo e contribuire a far conoscere il territorio.
- Tra stadi e piazze c’è un elemento comune: l’emozione collettiva. Quanto conta, nel suo lavoro, creare momenti capaci di unire le persone, proprio come riesce a fare il calcio?
Conta tantissimo, perché l’emozione è anche ciò che spinge le persone a tornare. Chi vive una bella esperienza durante un concerto o allo stadio, per esempio, è incentivato a ritornare in quel luogo per rivivere le stesse sensazioni. Pensiamo a quando visitiamo un posto che ci regala soddisfazioni, emozioni o qualcosa di diverso dalla quotidianità: siamo naturalmente portati a tornarci, proprio per rivivere quelle sensazioni. Lo stesso principio vale per gli eventi e per lo sport.

- Parliamo di sport: il calcio calabrese vive da sempre di passione e appartenenza. Dal suo punto di vista sul territorio, pensa che oggi venga valorizzato abbastanza o che meriterebbe maggiori attenzioni da parte delle istituzioni e degli investitori?
Ci sono pareri contrastanti. Per quanto riguarda Cosenza, posso dire che, a mio avviso, al momento la Città non è valorizzata abbastanza sotto questo profilo. Il Catanzaro in questi anni ha svolto un ottimo lavoro a livello societario, mentre Reggio Calabria è riuscita a trovare una propria dimensione. Anche il Catanzaro ha raggiunto questo obiettivo, mentre il Crotone, fino a pochi anni fa, militava in Serie A. Ritengo che per una piazza come Cosenza, la più importante della Calabria, che non è mai riuscita a raggiungere la massima serie, rappresenti un’occasione mancata. Ma non bisogna demoralizzarsi, perché si può fare ancora tantissimo. Purtroppo, oggi il calcio comporta costi molto elevati. Non è più come un tempo, quando anche gli stipendi dei calciatori erano generalmente più contenuti. Oggi lo scenario è cambiato: esistono opportunità importanti, come gli sponsor e i diritti televisivi, ma sono aumentati anche i costi e gli adempimenti burocratici. Di conseguenza, anche un imprenditore con elevate disponibilità economiche può trovarsi in difficoltà di fronte a queste problematiche. Nonostante tutto, sono fiducioso che anche la città di Cosenza possa trovare una strada per il riscatto.
- Restando in tema calcistico, qual è il suo parere sulla situazione sportiva e societaria che sta vivendo il Cosenza calcio, ovvero la squadra della sua città?
Dico sempre che mantenere una società sportiva non è facile. Da una parte, quindi, si possono comprendere le difficoltà della società; dall’altra, bisogna capire anche i tifosi, che non vedono arrivare i risultati che si aspettano. Credo che il segreto sia trovare un punto d’incontro, che al momento non è stato ancora raggiunto. È fondamentale che istituzioni, tifosi e società procedano nella stessa direzione. Per trovare un accordo, però, qualcuno deve essere disposto a fare un passo indietro. Se, in questo caso, fosse la società a compierlo, credo che anche le istituzioni e i tifosi potrebbero apprezzare il gesto. Sarebbe almeno un modo per mettere una toppa alla situazione e provare a perseguire un obiettivo comune. Naturalmente, tutto può cambiare, migliorare o peggiorare. Ma, per migliorare le cose, è necessario che ci sia la volontà di venirsi incontro.

- Uno sguardo al passato e uno al futuro. Qual è il progetto che le ha dato maggiore soddisfazione e quale sogna ancora di realizzare? Quale nuova sfida professionale e personale vorrebbe affrontare?
La nuova sfida l’abbiamo affrontata proprio quest’estate con l’Arena dei Cedri. Realizzare, sulla costa tirrenica, una struttura destinata a spettacoli dal vivo di questo livello e di questa importanza, in un’area a cui tanti cosentini e non solo sono affezionati, rappresenta un grandissimo risultato. Era anche un piccolo sogno che custodivo nel cassetto. Credo che questo progetto possa offrire ancora tanto. Adesso stiamo lavorando a un’iniziativa per realizzare spettacoli dal vivo anche qui a Rende, nei mesi di giugno e luglio. Speriamo di riuscire a portarla a termine, anche se non dipende soltanto da noi. Come dicevo prima, è fondamentale una sinergia tra pubblico e privato, con entrambe le parti orientate verso lo stesso obiettivo. Da soli, altrimenti, non si va da nessuna parte.
- Ha un piccolo grande sogno nel cassetto come direttore artistico?
È un sogno quasi irrealizzabile: organizzare un concerto dei Red Hot Chili Peppers. Ma, in quel caso, probabilmente non riuscirei a godermelo nemmeno per un secondo! Preferirei vederli da spettatore, anziché da organizzatore. Su questo non ho dubbi.






















